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Esistono prove sufficienti per stabilire un nesso causale tra l’esposizione degli essere umani ad una sostanza e alterazioni genetiche. Categoria 2 Sostanze che dovrebbero considerarsi mutagene per gli esseri umani. Esistono elementi sufficienti per ritenere verosimile che l’esposizione dell’uomo ad una sostanza possa provocare lo sviluppo di alterazioni genetiche ed ereditarie, in generale sulla base di: - adeguati studi a lungo termine sugli animali, - altre informazioni specifiche. Per le categorie 1 e 2 sono utilizzati i seguenti simboli e le seguenti frasi di rischio: T; R46 Può provocare alterazioni genetiche ereditarie. Dalle definizioni appare chiaro che non è possibile stillare una lista chiusa e definita di agenti cancerogeni e/o mutageni. È importante tenersi aggiornati attraverso la scheda tecnica di sicurezza del prodotto o attraverso gli elenchi che periodicamente il ministero della salute redige (http://www.dbsp.iss.it/4daction/WebEntra) VALUTAZIONE DEL RISCHIO La valutazione e le corrispondenti misure di protezione devono essere predisposte preventivamente; è indispensabile sapere preliminarmente se un agente possa essere cancerogeno e/o mutageno. L’attenzione deve essere rivolta prima di tutto alle materie prime impiegate, utilizzando principalmente la scheda tecnica di sicurezza nella quale verificare l’etichettatura del prodotto e le rispettive frasi di rischio; successivamente è importante valutare se, durante i processi e le reazioni che l’attività di ricerca prevede vi sia la possibilità di sviluppo di derivati, sottoprodotti e/o scarti che possono essere potenzialmente cancerogeni. Appurata la presenza e l’utilizzo di sostanze cancerogene il datore di lavoro deve giudicare s la concentrazione di cancerogeni e/o mutageni nell’ambiente di lavoro, corrisponda al minimo tecnicamente raggiungibile identificando gli esposti che dovranno essere iscritti in un registro apposito (D.L.gs 626/94 art. 70). La valutazione del rischio per gli agenti cancerogeni e/o mutageni deve essere intesa come una valutazione del rischio residuo e deve essere eseguita solo dopo aver applicato le misure più efficaci quali: - eliminazione o sostituzione dell’agente cancerogeno e/o mutageno, - lavorazione a sistema chiuso, - riduzione dell’esposizione al più basso valore possibile. MISURE DI PREVENZIONE E PROTEZIONE La prima misura da mettere in atto consiste nell’evitare o ridurre l’utilizzazione di un agente cancerogeno, ad esempio sostituendolo con una sostanza, un preparato o un procedimento meno nocivo per la salute. Ovviamente, in considerazione del fatto che in ambito INFM l’utilizzazione di un agente cancerogeno potrebbe essere legata allo studio sulla sostanza o comunque essere parte integrante di un esperimento, è facile immaginare che spesso la sua eliminazione non sarà possibile; pertanto, si dovrà provvedere affinché la produzione e/o l’utilizzo avvengano in un sistema chiuso, e si dovrà comunque procedere in modo che il livello di esposizione degli addetti sia ridotto al più basso valore tecnicamente possibile (utilizzando gli appropriati DPI, limitando i contatti con l’agente cancerogeno, controllando l’accesso ai locali in cui avvengono le lavorazioni). Come prima misura di prevenzione la norma obbliga il datore di lavoro alla valutazione del rischio da esposizione ad agenti cancerogeni e pertanto occorre tenere presente: • • • • • • • • • • • le caratteristiche dell’impiego la loro durata e frequenza i quantitativi utilizzati la concentrazione la capacità di penetrazione nell’organismo per le diverse vie di assorbimento, anche in relazione allo stato di aggregazione dell’agente cancerogeno stesso le attività che comportano l’utilizzo di sostanze o preparati cancerogeni, i motivi per i quali questi sono impiegati i quantitativi utilizzati, o presenti come impurità o sottoprodotti il numero e l’esposizione degli addetti le misure preventive e protettive da applicare i DPI utilizzati