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sperimentazioni originali piuttosto che a perpetuare “certezze” e prassi
consolidate.
In definitiva, gli elementi evidenziati nella ricerca possono trovare una
felice applicazione nelle scuole di vario livello e dovrebbero comportare
una diversa impostazione e un nuovo atteggiamento rispetto alla tradizione,
aperto alle frontiere della neuropedagogia e della psicologia musicale e
dello sviluppo, promuovendo una didattica a partire dalla dimensione
creativa e multisensoriale. Far emergere e valorizzare le capacità e le
inclinazioni di ogni alunno fa parte dell’insegnare, ma lo sforzo richiesto ad
ogni professionista dell’educazione è, quotidianamente, trasformare
l’apprendimento in un percorso significativo e motivante per l’alunno con
strumenti efficaci e conoscenza personale. Lo studio presentato può dunque
fungere da utile guida per nuove o rinnovate teorizzazioni in merito
all’apprendimento e all’architettura della mente, con l’obiettivo ultimo di
andare ad influenzare indirettamente le politiche educative stesse (Gardner,
1983).
La musica si vede assegnato oggi un ruolo centrale nel favorire il cosiddetto
funzionamento cerebrale bilaterale. La condizione d’apprendimento
ottimale è infatti quella che vede l’integrazione dell’intero cervello, come
rimarca la letteratura, in primis la Hannaford (1997). In questo stato,
entrambi gli emisferi sono ugualmente attivi per tutto il tempo, per cui
possono accedere a tutta l’informazione sensoriale e comunicare in maniera
efficace, muoversi e agire sull’informazione. Non a caso lo stress
psicofisico, così come molti problemi legati all’apprendimento, paiono al
contrario determinati da un’elaborazione cerebrale unilaterale, ossia
esclusivamente destra (intuitiva/globale/gestaltica) o esclusivamente sinistra
(logico/razionale/analitica).
Preme dunque ribadire quanto apprendimento e insegnamento risultino più
efficaci quando gli emisferi destro e sinistro del cervello sono entrambi
coinvolti nell’elaborazione degli stimoli e dell’informazione.
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