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M A G G I O 1992 - N . 5, P A G . 5
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capacità d'intendere e sostenere il
vero, d'essere nel cuore del reale, in
armonia con esso. Fino a ieri. Ora
sembrava che un terremoto grande
avesse creato una frattura, aperto un
vallo fra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura,
nella confusione, nell'insania". E la
"bufera immota", il "terremoto fermo": è, con assonanza gaddiana, la
"disarmonia mostruosa".
È dunque quella descritta da queste immagini la cellula generativa di
Nottetempo? Non saprei davvero dire, anche se mi rimane la sensazione
che in queste possibili mise en abime
ci sia un che di troppo detto, come
una eccessiva programmaticità. Bisogna ritornare a Petro è alle sue passeggiate palermitane |o cefalutane
perché il libro si muovà e riprenda respiro narrativo e poetito: e in queste
zone i lettori troveranno due o tre affreschi di scene corali davvero memorabili, da scandire ad alta voce,
dove è concentrata la sapienza dei
cantari e dei pupari siciliani.
Il fatto è però che, giustamente,
l'aspetto etico della sua letteratura
sta molto a cuore a Consolo; e si può
intuire come il suo richiamo si sia fatto più forte dopo la scomparsa di
Sciascia. E illuminante un paragone
con un altro scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino: se quest'ultimo ha
rinunciato a priori alla possibilità di
una sua parola pubblica che non sia
quella letteraria, Consolo invece sente fortissima la necessità di una presenza etica. L'ulteriore verifica si è
avuta con la diversa reazione avuta
dai due scrittori nei confronti dell'assassinio di Salvo Lima: il primo,
intervistato, ha scrollato le spalle desolato; il secondo ha sentito il bisogno di intervenire a tambur battente
sul "Corriere", finendo proprio per
parlare di Sciascia. E se qualche anno
fa Consolo affermava, supponendo
una scelta linguistica \ analoga:
"Scrittori come me e Buffino praticamente scrivono in yiddish", adesso per lui lo scrittore di Comiso "pratica una letteratura squisita", nella
quale regna "l'ambiguità delle scritture estetizzanti". L'ombra di Sciascia insomma li divide e sarebbe utile
un raffronto meno superficiale tra i
due, proprio per mettere in luce la diversa concezione della Storia che li
distanzia e la comune e originaria
scelta letteraria, in entrambi cosi radicalmente diversa da Sciascia.
Mi rimangono ancora molte cose
da dire su Nottetempo: ad esempio,
mi sarebbe piaciuto raccogliere quell'annotazione di Rushdie, al quale
"pare interessante che molti dei
maggiori scrittori della letteratura
europea si accostino a questo tema
della 'bonifica', del recupero del passato, reinventandolo per i propri scopi. Questo è un po' come dire che
molti scrittori, in tutta Europa, sembrano avere una sorta di progetto
storico". Mi sarebbe piaciuto commisurare questa tendenza al libro di
Consolo. Ci sarà un'altra occasione.
Prima di chiudere, però, devo fare
un'annotazione personalissima, che
deriva dal mio essere, sia pure della
diaspora, un siciliano: non mi sarei
affezionato a questo libro, come ho
finito per fare, se non fossero state
evocate la pomelia, una pianta tipica
di Palermo, che altrove non attecchisce (ma mia madre, palermitana fedelissima, sia pure solo per qualche
mese, è riuscita a farla fiorire a Milano) e la targa Florio: dell'una e dell'altra cosa ho ricordi cui il libro ha
fornito maggiore forza. La letteratura serve anche a questo.
Narratori italiani
Bufalino nell'è siilio delle paro!le
di Massimo Onofri
GESUALDO BUFALINO,
Colende
gre-
che, Bompiani, Milano 1992, pp.
236, Lit 29.000.
La vicenda editoriale di questo libro è nota. Stampato in edizione privata nel 1990, e scritto dunque prima dell'anomalo e divertito giallo
Qui prò quo, recava questo avviso nel
zione di "rimettersi in riga sotto le
savie, forse sante, bandiere della società letteraria e così esibirsi fino alla
fine". Dorma sonni tranquilli il variantista; poche sono, infatti, le correzioni: un titolo di capitolo mutato
(da La cesura pentemimera a Carcere
d'invenzione), qualche aggiunta e
omissione, di cui le più massicce, ci
te con tanto zelo da apparire più
spesso favole che memorie: testimonianze corrotte al servizio di un'ipotesi di romanzo...". Un'indicazione,
come si vede bene, quasi perentoria
nell'evidenziare come in tale romanzo il protagonista sia "un eroe multiplo e indivisibile", per quanto nato
dal contrabbando di leggende priva-
te.
Eppure, come taluni hanno notato, non può non stingere in queste
pagine un sospetto di autobiografismo, spinto talvolta agli eccessi e
persino sfrontato. Lo scrittore, infatti, con programmatica malizia, s'industria non poco nel sottendere coincidenze tra la propria vita e quella
immaginaria di chi dice " i o " . Non è
difficile segnalarne qualcuna: come
l'autore, anche il protagonista nasce
agli inizi degli anni venti; quando lo
vediamo muoversi nel paese natale,
non possiamo non intrawedere la favolosa toponomastica di Comiso, così come ci apparve in Museo d'ombre
0 in altre prose d'occasione; similmente allo scrittore, vediamo l'eroeio, malato di tisi, soggiornare alla
Rocca, l'ostello-sanatorio di Diceria
dell'untore, il fulminante romanzo
d'esordio; la Modica dei primi anni
cinquanta del protagonista ormai
professore è quella in cui insegnò lo
stesso Bufalino, in uno scenario che
abbiamo già conosciuto con Argo il
cieco; e si potrebbe continuare.
Perché tutto questo? Ci pare che
tale enfatizzazione di alcuni dati di
vita reale voglia sortire nel lettore,
ed in effetti sortisca, un esito di azzeramento della stessa autobiografia.
L'ostentata esibizione di sé, insomma, sembra voglia tradursi in un effetto di straniamento: quasi che soltanto nel segno di un'assoluta impudicizia sia possibile approdare al grado zero della vita, attingere alla nuda
esistenza del personaggio-uomo.
Nella convinzione che, al capolinea
del romanzo contemporaneo, questa
nuda esistenza non possa che vestire
1 panni di un eroe prosaico e feriale,
un egolatra sempre in bilico fra nevrosi ed infelicità, capace solo di modesta nequizia e tiepidi slanci.
Questo, infatti, pare un dato saliente del romanzo: che il protagonista, fra spasmi stupori e malinconie,
viva ogni sua vicenda come per allestire un agile prontuario della disillusione e del disincanto; un itinerarium
mentis che abbia per traguardo
un'euforica disperazione; un trattatello pedagogico che ravvisi nel vivere una didattica del morire. "Che vitaa m'aspetta, che giorni migliori o
peggiori di questo che vedo scorrermi addosso, né so dire se è perdita, se
è guadagno, se m'ha arricchito e di
che, se m'ha spogliato e di che?", si
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capitoletto della Postilla riservato ai
lettori: "l'autore ha preferito per
queste sue ultime o penultime carte
un destino di samizdat sotterraneo.
Non per spirito di diserzione, né per
disprezzo della Corte, né per regalarsi lo stemma d'un suicidio simbolico;
ma allo scopo di conciliare un recente
bisogno d'ascolto con l'antico desiderio di silenzio e d'intimità. Per cui,
mentre sinora l'uso della scrittura come balsamo o sale delle sue ferite private non gl'impediva di esibirla in
pubblico per vanagloria o denaro, venute meno queste due ragioni, preferisce dare alle stampe, delle pagine
che precedono, solo 100 copie non
venali, destinate alle 99 persone più
amabili del suo carnet d'indirizzi.
Con l'imperiosa preghiera che nessuno gliene scriva o ne scriva, ma ciascuno le legga, se vuole, e le conservi
in ricordo". Il patto fu violato, se ne
parlò, l'innocenza dell'autore non fu
creduta da alcuni, la sua discrezione
mise in sospetto certi altri. Di qui, la
decisione di pubblicare per l'intera
moltitudine dei lettori, con l'inten-
pare, nella Postilla. Ma senza che ciò
possa inficiare, o solo complicare, il
discorso critico.
Il romanzo (se di romanzo si tratta), dopo un Curriculum in forma di
sonetto, racconta ventuno momenti
della vita di un uomo, equamente divisi in quattro sezioni, se si eccettua
l'isolato istante prenatale che annuncia il parto. Conviene, per arrivare
subito ad uno dei nuclei del libro,
muovere proprio da un passo della
nuova Postilla che, sia detto incidentalmente, testimonia uno dei tanti
interventi sulle ragioni (le non ragioni) dello scrivere, sul senso (il non
senso) della letteratura, che Bufalino
ha sempre inserito nelle sue pagine.
In esso si legge: "Calende greche' si
dice, com'è noto, di giorni impossibili, che mai saranno. Qui vale giorni
che non furono mai o furono altrimenti, e che l'autore via via inventa,
sviluppando la parabola d'una vita
immaginaria... La biografia (l'autobiografia?) d'un fantasma, insomma.
Le cui vicende — stereotipe, esangui, imitabili — vengano contraffat-
Nuova indagine sui lettori dell'"Indice"
Sono trascorsi otto anni dalla fondazione dell"'Indice" e
due anni dall'insediamento di una nuova direzione che ha
curato la continuità di linea della rivista. I risultati fin qui
ottenuti in termini di diffusione e di sviluppo premiano il
lavoro da noi condotto. Una formula, pur riuscita, si può
tuttavia sempre migliorare: e desideriamo che ciò avvenga
in stretto rapporto con voi.
Un precedente questionario che si rivelò preziosissimo, è
ormai di cinque anni fa. Rispetto ad allora non è sostanzialmente cambiato l'equipaggio che costruisce la rivista,
anche se c'è stata rotazione dei timonieri; sono invece
cambiati i climi culturali e le politiche editoriali, sono aumentati i lettori: per questo l'Abacus, in collaborazione
con noi, ha preparato un nuovo questionario, che trovate
allegato a questo numero delT'Tndice". Vi preghiamo di
compilarlo e di restituirlo utilizzando la busta prestampata, senza affrancare. Dell'elaborazione e dell'interpretazione dei dati daremo notizia nelle pagine delT'Tndice".