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Come era già prevedibile dalle risultanze del dibattimento, il coniglio sta sfuggendo di mano al prestigiatore che
mostrerà un cappello a cilindro vuoto, ma - da abile commediante - terrà banco lo stesso, rappresentando in tribunale il
suo squallido show per la durata di circa otto ore. Prezzo del biglietto: sempre i soliti insopportabili controlli e
perquisizioni ai danni del pubblico.
Il PM esordisce ironizzando sul fatto che l’imputato si sia rifiutato di rispondere alle sue domande, pur
riconoscendolo come un comportamento “legittimo”.
Di fatto non esistono prove sul coinvolgimento dei tre anarchici nelle vicende relative agli attentati e ai sabotaggi in
Val Susa, quindi l’accusa parte dal “reato base” che regge tutto il suo granitico bluff, l’imputazione che - una volta loro
attribuita - da un lato giustificherebbe la carcerazione che ha portato alla morte Sole e Baleno e dall’altro garantirebbe
una pesante condanna di Silvano: il furto e l’incendio al municipio di Caprie (vicenda che non ha nulla a che vedere né
con il TAV, né con la SITAF, né con i Lupi Grigi).
Secondo il PM gli esecutori sono stati senza ombra di dubbio i tre squatter, lo proverebbero i rinvenimenti effettuati
durante le perquisizioni avvenute dopo il loro arresto: la stampante trovata a casa dei genitori di Baleno, la saldatrice e i
timbri trovati nella Casa Occupata. Il tutto è stato riconosciuto dagli impiegati comunali, in più sia la stampante che la
saldatrice presentano uno specifico segno di riconoscimento: la stampante il numero di serie, la saldatrice un etichetta
con il numero d’inventario del municipio622.
I timbri trovati (quand’anche fossero quelli di Caprie - non si dimentichino le affermazioni dell’impiegata comunale
che li riconosceva come timbri “del tipo” di quelli da lei usati) potrebbero essere arrivati lì senza che Silvano ne fosse
stato a conoscenza, ma ciò – per il PM - non è possibile perché sono stati trovati nella sua stanza (tale solo per
deduzione dei carabinieri) in una valigetta assieme a fiammiferi e petardi, “oggetti in linea col personaggio”623.
Anche il fatto che non sarebbe stato plausibile, da parte di Massari, il dono di una “prova certa di reato” al proprio
genitore, per Tatangelo non è motivo di perplessità: egli si sentiva talmente sicuro di sé da correre qualunque rischio.
Come potesse, conscio di essere sorvegliato e pedinato giorno e notte, sentirsi tanto sicuro, è un ennesimo mistero che il
PM non svela, ma giustifica dicendo che “la logica non domina ogni azione della nostra vita”. Una volta tanto si può
concordare con lui, dato che la sua inchiesta non ne è per nulla supportata.
Evidentemente queste prove non sono certe come sembrerebbe, visto che lo stesso PM si premura di dire che, solo
nel caso in cui i funzionari di PS preposti alle indagini - cosa impossibile vista la loro serietà - avessero manipolato tali
prove (“a meno che qualche mano cattiva o diabolica o disonesta abbia appiccicato l’etichetta durante la
perquisizione”), queste non sarebbero valide624.
Ovviamente il possesso di una refurtiva non significa automaticamente che il possessore sia anche l’autore del furto,
quindi il PM cerca di dimostrare che solo i tre anarchici avrebbero potuto portare tali oggetti nella casa occupata e
solamente la sera stessa del furto, come si vede dalle riprese effettuate dalla telecamera nascosta davanti all’ingresso,
che mostrano delle persone (assolutamente non identificabili) mentre scaricano degli oggetti (non riconoscibili) da
un’automobile. Tali riprese, girate di notte, sono scure, confuse e non provano nulla, ma il PM tiene una conferenza
sull’abilità conseguita dai poliziotti, abituati agli appostamenti notturni, a vedere al buio e a decifrare correttamente le
immagini video (Silvano sarebbe inconfondibile per la sua andatura “da montanaro”):
“Ci dice Pitzalis: - A furia di vederli, ho imparato a riconoscerli dalle sagome. - Ci dice in particolare: - Dei tre
chi aveva una postura individualizzante era il Pelissero, che aveva una camminata molto particolare, un po’
gobba, - l’ha definita non a fini offensivi - un po’ da montanaro -, camminata che veramente è tale, è peculiare,
basta vederlo anche di giorno, e ci dice Pitzalis: - Guardate, io, a furia di vederli, anche di notte, anche quando
non visibili, ero in grado di riconoscerli dalle sagome -. Il che è una valutazione personale.
Io pure, devo dire, ho provato e ci son riuscito”.
Sull’esistenza di una seconda porta sul retro della casa, non controllata dalle videocamere, egli obietta che, per
scaricare la saldatrice (ipoteticamente acquistata dagli squatter in epoca successiva al furto), non avrebbe avuto senso
usare quella porta.
Una volta ammesso il loro coinvolgimento (avvalorato, secondo Tatangelo, anche dalla presenza nella casa occupata
di una bomboletta spray di schiuma espansa, simile a quella usata dai ladri per manomettere l’antifurto del municipio),
il PM cerca di dimostrare che non si è trattato solo di un furto e che l’incendio non può essere stato accidentale ma è
stato sicuramente doloso.
Il compressore - che si trovava sull’auto dei vigili urbani e che secondo le ipotesi della difesa sarebbe stato caricato
per essere rubato assieme al veicolo – era stato posto sul mezzo, prima di dargli fuoco per aumentare il potenziale
622
Non esiste fattura che comprovi l’acquisto da parte del comune (la stampante era di seconda mano), ma il numero di serie coinciderebbe con
quello dell’imballo.
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Tutta la requisitoria si basa su queste battute ad effetto che non dimostrano nulla. Parlando delle coppe, che i carabinieri dicono di aver visto in
mano a Sole, il PM sostiene che “tali oggetti non rientrano tra i beni necessari per una vita antagonista”.
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Su come la polizia non abbia mai avuto problemi a manipolare le prove basti pensare al ritrovamento - dopo sette mesi dalla strage di piazza
Fontana - di un vetrino colorato (simile a quelli usati da Pietro Valpreda per fabbricare artigianalmente lampade Tiffany) nella borsa dove era
contenuta la bomba inesplosa alla Banca Commerciale. Il reperto era stato messo lì dagli inquirenti.
“Il verbale di questo incredibile ritrovamento, finito nelle mani dei giornalisti, in un periodo nel quale cominciava a sorgere qualche dubbio
sull’inchiesta, fece scrivere anche a molti innocentisti: Valpreda ha lasciato la firma sul luogo del delitto”, MARCO FINI, ANDREA BARBERI, Valpreda
– Processo al processo, Feltrinelli, Milano, 1972, p. 86.
La falsità di questa prova si dimostrò in modo talmente evidente che l’accusa fece marcia indietro e decise di non utilizzarla contro l’imputato.
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