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Letterature
narrazione mentre l'eroina è aggrappata a strapiombo a una roccia sotto la quale attendono famelici coccodrilli mentre verso di lei si sta affrettando urlante un'intera tribù di cannibali.
Ma d'altro canto, si tratta di una tecnica che il
cinema ha imparato dal feuilleton ottocentesco,
quando nel porto di New York la gente si assiepava per comprare la copia del giornale appena
giunto da Londra, nel quale finalmente si sarebbe potuto leggere come la piccola Dorritt si era
cavata d'impaccio ancora una volta (e del resto
l'ombra di Dickens si incunea volentieri nel testo: il linguaggio del professore che corteggia la
madre di un allievo non è lontano dagli accenti
di Mr. Micawber).
La piccola Dorritt, peraltro, non doveva vedersela con i coccodrilli. E nemmeno i protagonisti di Coe, i cui reiterati pericoli sono di
norma inflessibili "professori inglesi, adulterii
parentali, titubanti corteggiamenti e altra piccola umanità. Ma vi sono anche azzardi di maggiore momento, come la bomba dell'Ira che
tronca un amore bellissimo e grava come
un'ombra indelebile su una delle famiglie dei
giovani protagonisti.
La crudeltà della storia nei confronti della tenerezza del quotidiano, anzi, è uno dei temi più
evidenti del romanzo, che non si perita di ritornare indietro al tempo dell'invasione nazista della Scandinavia per ribadire la tesi. E
quand'anche non sia la storia a infierire sugli
amanti, il caso o il destino o forse Dio ne assumono il ruolo, talché Benjamin, l'esponente
più timido, introverso e poetico della banda titolare, modellato sull'autore stesso, verrà falciato (il romanzo lo lascia intendere senza
informazioni circostanziali) da una malattia o
da un incidente proprio quando, in piena tradizione Bildungsroman, è ormai in grado di
voltarsi indietro e sorridere al ricordo delle vicissitudini passate grazie al coronamento di un
sogno d'amore coltivato per anni e apparentemente senza speranza.
Nessun
superstite
di Alessandra Orsi
Amos Oz
LA SCATOLA NERA
ed. orig. 1987, trad. dall'ebraico
di Elena Loewenthal,
pp. 230, € 15,
Feltrinelli, Milano 2002
a latente aspirazione del
J—/fanatico è quella di andare incontro a una morte santa
sull'altare della propria idea,
e ciò gli consente di sacrificare senza batter ciglio la vita
degli altri e, a volte, la vita di
milioni di persone. Nell'anima del fanatico violenza, salvezza
e morte si fondono in un unico
insieme". Non è un estratto da
uno dei tanti saggi prodotti di recente sul fondamentalismo religioso, bensì la tesi di uno dei protagonisti della Scatola nera di
Amos Oz, da poco uscito nella
traduzione di Elena Loewenthal.
Un'occhiata alla data di pubblicazione originale, il 1987, è illuminante per constatare una volta
di più la lucidità che da sempre
caratterizza la scrittura di uno degli autori più significativi di Israele. Se questo libro fosse stato tradotto allora, oggi sarebbe pro-
M
attenzione, il livello intimistico del
acconto è soltanto il filo che lega le vicende individuali dei quattro studentelli di
Birmingham, la vita che scorre loro attorno e
che troppe volte essi non sanno intendere. La
vera interpretazione mancata, tuttavia, è quella del senso storico-sociale di quegli anni, che
nella penna di Coe si presentano come puntuali prolegomeni all'arrivo del governo Thatcher. In uno scenario che ricorda in parte certi lungometraggi del Free Cinema fra i cinquanta e i sessanta (Anderson, Reisz, Richardson) - ma con un quadro della classe
operaia e piccolo borghese britannica che ce
la restituisce ben più consolidata e, ahimé,
ben più conservatrice - osserviamo questi anni non più grigi ma "brown", come dice l'autore stesso. Viene in mente la centrata definizione di Lewis Mumford, che con il titolo del
suo studio sulle arti in America, Brown Decades, alludeva a una condizione dello spirito
nella quale "il mondo interiore colorava il
mondo esterno. L'atmosfera era a volte men
che tragica; ma in fin dei conti, non era felice". Coe infatti stempera ogni occasione di
tragedia nel cromatismo marrone della "non
felicità". E si tratta di una sorta di costante di
tanta narrativa britannica degli ultimi vent'anni.
Ma il libro ha a suo modo anche un messaggio di speranza. Chiuso com'è nella cornice
che vede i figli di due dei personaggi incontrarsi e parlare a Berlino all'inizio degli anni
duemila, da quel punto di vista privilegiato l'era Thatcher sembra lontana un secolo, e il lettore, dopo un bagno di 350 pagine nell'Inghilterra delle lotte sindacali alla Leyland e sapendo che di lì a poco quell'epoca sarebbe finita
sotto il tallone della "signora di ferro", si ritrova come Dorothy dopo l'uragano in una
terra tranquilla e felice, o comunque moderna.
È il modo che Coe ha divisato per esorcizzare
lo spettro incombente di quegli anni e per dirci che tutte le Thatcher del mondo alla fine
passano. Facciamone tesoro.
prio il caso di rileggerlo, perché il
groviglio di passioni che accomuna i personaggi sembra essere il
destino fatale di coloro che hanno in mano le sorti del paese.
L'esperto' di fanatismo religioso è Alee, un israeliano emigrato
in America che riceve una lettera
da liana, la moglie da cui ha divorziato sette anni prima in modo drastico, rifiutando di riconoscere il figlio avuto insieme a lei.
È quest'ultimo il motivo che
spinge la donna, che si è nel frattempo risposata con un ortodosso, a rivolgersi ad Alee con umiltà
e risolutezza insieme: Boaz è un
adolescente inquieto e irresponsabile, ha perso ogni forma di rispetto per la madre e per se stesso, deciso ad autoemarginarsi dal
mondo. La prima lettera è quindi
una richiesta di aiuto, ma subito
si intuisce che il messaggio più
profondo è la speranza di riatti-.
vare un canale di comunicazione,
un contatto, una relazione, ciò di
cui entrambi sono stati incapaci.
Un dialogo tra sordi, questo
sembra all'inizio lo scambio di
lettere tra i due ex coniugi in cui
si inseriscono gli altri protagonisti che agiscono sulla stessa scena, a volte quasi simultaneamente ma come se fossero bendati,
gli occhi fissi solo su se stessi. Il
sentimento comune è infatti il
disprezzo profondo che ciascuno prova per gli altri: Alee per la
donna che lo ha tradito e che lui
di riflesso ha rinnegato; Michael,
il nuovo marito di liana, convinto di averla salvata dal peccato;
Boaz che trasforma in odio il
troppo poco amore ricevuto; e
perfino Zakheim, l'avvocato che
fa da intermediario e che detesta
tutti, compreso il suo cliente
Alee che cerca di difendere dalla
furia dissipatrice con cui tenta di
sanare i sensi di colpa. liana è, in
mezzo a loro, forse l'unica disposta a denudarsi, a essere sincera, ma neanche questo vale a
ricostruire la fiducia tra i contendenti. E del resto sarebbe impossibile perché l'oggetto del
contendere è l'amore per la vita,
un sentimento che nessuno conosce, divorati come sono dall'ansia mortifera di dimostrare la
propria superiorità. E in questa
dissezione dell'animo umano,
ancora più che nell'analisi teorica dello studioso Alee prima citata, che emerge l'attualità della
riflessione di Amos Oz, presenza
invisibile dietro ai personaggi e
deciso a non salvarne nessuno.
D
urante una delle recenti
escalation di sangue in
Israele, Amos Oz ha scritto di
Sharon e Arafat: "Due uomini
più che settantenni, entrambi
prigionieri l'uno dell'altro,
schiavi di se stessi e dell'altro,
ciascuno pronto a operare ogni
giorno esattamente come prevede l'avversano". Dimostrare le
proprie ragioni cercando di distruggere l'altro così creando
nuovi torti: la trappola mortale
che è oggi il vicolo cieco di Israele e Palestina è la stessa che
prende forma nelle pagine della
Scatola nera, quell'oggetto che
sopravvive alla catastrofe racchiudendone il "perché". Ma se
non ci sono superstiti non c'è
neanche una "ragione" che meriti di essere chiamata tale, sembra dire Amos Oz, che riesce anche qui a sfuggire alla logica dei
buoni e cattivi, a quella tremenda tentazione di "schierarsi",
una scelta che chiude ogni via di
uscita anche se apparentemente
salva la coscienza.
In ognuno dei personaggi del
romanzo l'individualità è schiacciata da appartenenze
che hanno il sopravvento sulla realtà dei sentimenti, fino a mistificarla. E anche in questo
Oz è maestro nel descrivere le ambivalenze
senza dileggiare le paradossali conseguenze. Il
lucido Alee, che individua i rischi del fondamentalismo, ne è infatti
vittima quando aderisce allo stereotipo dell'ebreo colto che vede nel suo "rivale" Michael,
ebreo sefardita, 0 prototipo dell'ortodossia più ottusa. "Dimmi,
qual è il segreto di questa perla
rara di marito? Come ha fatto a
stregarti? (...) Nel suo ultimo
sollecito di pagamento che mi ha
fatto pervenire, il tuo prendisoldiescappa mi lascia intendere
che io ti avrei 'indotto al peccato'. Fandonie di questo genere
sono a quanto pare comuni nell'ambiente da cui proviene". E
Michael, a sua volta, che si crede
devoto osservante delle Scritture, non esita a usare l'epiteto
"arabo" nei confronti di Boaz
con tutti gli accenti dell'insulto.
Nelle pieghe di questa "tragedia dell'arte", come lo scrittore
ama ricordare il romanzo, Amos
Oz riesce a introdurre un'ironia
generosa che rende meno dura
la constatazione che amore e
odio sono indissolubili e che è
difficile districarsi dall'odio se
non si è disposti a perdere qualcosa. "La verità è che abbiamo
perso entrambi - scrive liana ad
Alee - Boaz appartiene solo a se
stesso e forse anche per se stesso
è un estraneo. Proprio come te.
Mi stringe il cuore quando penso alla tragica
rassomiglianza fra te e
tuo figlio". Boaz invece si dimostrerà diverso e, forse perché ha già perso
tutto in partenza, è
l'unico che può
recuperare fram- "dF
menti di amore
i|j
per i genitori e
per la vita.
La scatola nera non contiene
una venta univoca, anche se
smaschera
molte menzogne.
Amos Oz del resto non ha mai
inteso consolare il lettore e la sua
intransigenza morale è ciò che ne
fa un personaggio di grande statura intellettuale nella realtà attuale di Israele, oltre che molto
amato per i suoi libri, da Michael
mio (nel 2001 ristampato nei
"Tascabili" Feltrinelli) a Lima
(Bompiani, 1998; cfr. "L'Indice",
1998, n. 8), a Conoscere una donna (Feltrinelli, 2000), fino a Lo
stesso mare (Feltrinelli, 2000; cfr.
"L'Indice", 2000, n. 12), che egli
considera la sua opera più importante. Ma accanto a
questi romanzi andrebbero letti anche i suoi libri per bambini, dove la
vena poetica si sposa
magistralmente con una
grande capacità ironica,
come in Soumchi (pubblicato nel 1997 da
Mondadori nella sua
collana per ragazzi) il
cui protagonista è stato
giustamente paragonato a Tom
Sawyer.
Uno scrittore che vive appartato nella cittadina di Arad, nella parte settentrionale del deserto del Negev, ma non si sottrae
all'impegno pubblico, che più di
una volta gli è costato anche critiche pesanti in seguito alle sue
prese di posizione a favore della
coabitazione tra israeliani e palestinesi. Critiche, tuttavia, sempre
accompagnate da un grande rispetto, come dimostra l'accoglienza riservata alla sua autobiografia, intitolata Una storia di
amore e oscurità, pubblicata in
questi giorni in ebraico, dove ripercorre le difficili tappe di una
vita da sabra, nativo israeliano.
Nato nel 1939 nella Gerusalemme di amministrazione brirtannica, Amos Oz perse infatti da giovane la madre ed entrò presto in
conflitto con il padre. Decise perciò di trasferirsi in un kibbutz,
dove cambiò il suo cognome da
Klausner a Oz, che in ebraico significa coraggio. Una storia che
aspettiamo con ansia di leggere. •
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