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« LINDICF • • D E I Francois Fejtò e Maurizio Serra, IL PASSEGGERO DEL SECOLO. GUERRE, RIVOLUZIONI, ed. orig. 1999, trad. dal francese di Aridea Frezzi Price, pp. 381, € 18,08, Sellerio, Palermo 2001 EUROPE, Frangois Fejtò è noto al grande pubblico soprattutto come osservatore politico e analista dei regimi dell'Est durante la dominazione sovietica. Per anni ia sua storia delle democrazie popolari è stata giustamente considerata un libro essenziale per intendere le vicende dell'Europa orientale. Tuttavia la sua personalità non è riducibile a quella di sovietologo. Ebreo ungherese, nato nel 1909, trasferitosi in Francia negli anni trenta (naturalizzato nel 1955), Fejtò è anzitutto un testimone d'eccezione dei nostri tempi. Lo dimostra anche questo libro-intervista nato dalle conversazioni con un diplomatico italiano appassionato di storia. Sollecitato dal suo interlocutore, Fejtò ripercorre le tappe della propria esistenza, che a grandi tratti coincidono con quelle del secolo appena trascorso. Se tutto il volume si legge con interesse, più coinvolgenti sono le parti in cui Fejtò parla come testimone diretto. Impagabili sono anche i dettagli e i retroscena che affiorano nella conversazione. Si veda, a tal proposito, una battuta di Julìen Benda all'epoca del processo del ministro degli interni ungherese Rajk che, nel 1952, inaugurò una serie di purghe nei paesi delle cosiddette democrazie popolari. A Fejtò, che cercava di persuaderlo del fatto che si trattava di una persecuzione politica, l'autore del Tradimento dei chierici rispose: "Non dubito della sua buona fede. Ma perché vuole che creda a lei piuttosto che a Stalin?". In sostanza, il libro offre un resoconto non convenzionale di un secolo di rivolgimenti politici e sociali. MAURIZIO GRIFFO ANTISEMITISMO IN EUROPA NEGLI ANNI a cura di Anna Capelli e Renata Broggini, pp. 304, €22,72, FrancoAngeli, Milano 2001 TRENTA. LEGISLAZIONI A CONFRONTO, Il volume raccoglie gli atti di un convegno e fa il punto sullo studio delle distinte legislazioni antisemitiche attivate nel corso di due decenni, a cavallo tra gli anni venti e quaranta, in Europa. Riflette, da un lato, sul fenomeno della giuridicizzazione delle rinnovate interdizioni israelitiche in chiave continentale, secondo un'ottica comparatistica. Restituisce, dall'altro, un'autonomia di indagine e di giudizio sul periodo delle persecuzioni nazionali contro gii ebrei, periodo troppo spesso dimenticato dalla storiografia, maggiormente incline a leggere i prodromi sulla scorta degli effetti, ovverosia lo sterminio. Che il "paradigma di Auschwitz" non possa racchiudere in sé il pluralismo delle vicende nazionali che lo precedettero è invece un fatto evidente. Il volume cerca pertanto di ricostruire i tratti peculiari dei percorsi delle diverse normativizzazioni antiebraiche che caratterizzarono soprattutto l'Europa centroorientale e balcanica negli anni dell'ascesa e del consolidamento di Hitler. Particolare cura è dedicata poi all'Italia, ma lo spettro dei razzismi istituzionali è pressoché completo. CLAUDIO VERCELLI Larry Siedentop, LA DEMOCRAZIA IN EURO- PA, ed. orig. 2001, trad. dall'inglese di Cristiana Mennella, introd. di Paul Ginsborg pp. XVIII-307, €16,53, Einaudi, Torino 2001 Fin dal titolo, che ricalca quello della celebre opera di Tocqueville, questo libro di Larry Siedentop (uno studioso di origini americane ma trapiantato a Oxford da molti anni) rivela non solo le proprie ascendenze culturali ma il genere letterario, per così dire, cui è possibile ascriverlo. Non si tratta infatti di una ricognizione sullo stato di salute dell'Unione europea e delle istituzioni comunitarie, bensì di un'indagine sulle radici storiche dell'identità europea. A parere dell'autore il federalismo è certo il traguardo obbligato dell'unione europea, ma questo obiettivo non potrà che nascere gradualmente rispettando la diversità e la complessità della storia del continente. Nell'insieme il volume presenta motivi indubbi di interesse, ed è certo sottoscrivibile la necessità di un'approfondita riflessione etico-politica sulle radici della Comunità europea. Tuttavia alcune sintesi lasciano alle volte perplessi. Ad esempio, se è forse eccessivo argomentare una crisi della cultura politica britannica perché incapace di "completare la trasformazione del liberalismo in una cultura più democratica" e di dotarsi di una costituzione scritta, del tutto immotivato, risulta portare a riprova di tale assunto "l'improvvisa, benché solo momentanea, canonizzazione di Lady Diana, principessa del Galles", mescolando così improvvidamente avvenimenti di cronaca e storia delle idee. Più in generale si ha l'impressione che Siedentop dia troppo peso all'utilitarismo come matrice della libertà moderna, e che perciò la sua analisi risulti alle volte sbilanciata. Qualche perplessità la induce anche il mescolare troppo strettamente dei giudizi di valore all'analisi storico-concettuale. Si veda a tal proposito il capitolo su Europa, cristianesimo e islamismo dove, anziché rivendicare la necessaria secolarizzazione della vita pubblica, l'autore si lancia in ardite disquisizioni sui reciproci meriti o demeriti delle varie confessioni religiose. Infine, l'introduzione Paul Ginsborg risulta troppo centrata sull'attualità italiana, e non offre indicazioni utili al lettore. (M.G.) Gilles Martinet e Sergio Romano, UN'AMICIZIA DIFFICILE. CONVERSAZIONI SU DUE SECOLI a cura di Michele Canonica, pp. 143, € 12,91, Ponte alle Grazie, Milano 2001 DI RELAZIONI ITALO-FRANCESI, Due ex ambasciatori di prestigio, un socialista (Martinet, classe 1916, a Roma per conto del governo Mitterrand fra 1981 e 1985) e un liberale (Romano, classe 1928, a Parigi per lungo tempo), discutono in questo libro dei difficili rapporti tra Italia e Francia nell'età moderna e contemporanea. L'idea è stimolante, e viene concretizzata con lucidità e senza banalizzazioni, al tempo stesso seguendo un itinerario diacronico e ruotando attorno ad alcuni nuclei tematici di grande interesse: il problema dei modelli di sviluppo e della modernizzazione (relativo perciò alla questione della sfasatura nei percorsi delle due nazioni nel corso di due. secoli), il problema europeo (che comporta molti riferimenti alle relazioni italiane e francesi con la Germania e l'Inghilterra), il problema della percezione dell'altro. La parte novecentesca è forse la più articolata. Viene rivolta una specifica attenzione alle implicazioni geopolitiche del rapporto fra le due nazioni, soprattutto per il primo quarto dei secolo, nonché all'emigrazione e al controverso rapporto fra l'Italia e De Gaulle. Ma anche l'età napoleonica e il Risorgimento sono molto ben analizzati, con riferimenti specìfici all'ambiguità della po- LIBRI D E L U E S E B H litica francese verso l'Italia. Il tutto sotto la guida di Michele Canonica, che per di più favorisce nel dialogo un sincero, talvolta cavalleresco, rispetto fra i due interlocutori. Nel finale, al francese e all'italiano si sostituiscono il socialista (fra l'altro Martinet è genero del sindacalista Bruno Buozzi, ucciso dai nazisti durante la guerra) e il liberale, con il risultato che il colloquio acquisisce ulteriore spessore. Una lettura davvero consigliabile, dunque, sia per la ricchezza delle tematiche affrontate, sia per l'attualità della materia. DANIELE ROCCA I PAESI ' DI LINGUA TEDESCA. STORIA, CUL- a cura di Alberto Destro, pp. 289, € 17,55, il Mulino, Bologna 2001 TURA, SOCIETÀ, Si tratta di un volume utile a chiunque voglia conoscere i paesi dell'area culturale tedesca, che contribuisce ad accrescere le nostre conoscenze su stati a noi vicini e con cui abbiamo antichi legami, ma di cui spesso sappiamo poco. Il libro si compone di sette contributi in cui vengono analizzati i momenti salienti della storia di Germania, Austria e Svizzera, la loro morfologia, i modelli economici e istituzionali, le politiche ambientali, il sistema formativo e i principali aspetti della loro vita culturale (letteratura, arte, musica, teatro, cinema). Ne emerge un quadro articolato, che consente di cogliere gli importanti elementi "sistemici" che accomunano i diversi paesi: un modello economico (definito non a caso "capitalismo renano", oppure "alpino") fondato sull'intreGcio banca-impresa proprio del "capitalismo organizzato" e su relazioni industriali "cooperative", un solido welfare state basato su "patti sociali" neocorporativi, e sistemi politici, in larga misura consociativi, i quali, a prescindere dalle loro differenze, sono stati a lungo stabili. I! libro evidenzia pure come questi assetti, cui si devono decenni di benessere, presentino delle difficoltà di tenuta a fronte delle nuove sfide degli anni novanta. Il dato trova riscontro in fenomeni quali l'aumento dei processi di delocalizzazione della produzione, la crescita della disoccupazione, la maggiore instabilità delle relazioni industriali, e potenzialmente anche dei sistemi partitici, come indicherebbe il successo della Fpó di Haider. Se tali tendenze possano compromettere gli equilibri di qualcuno di questi stati è una questione controversa. E una risposta esplicita a essa non si può cercare nel presente volume, il cui obiettivo, come ribadisce il curatore, è arricchire il '"sapere sociale' di un parlante generico". ELLA BOSCO B a r n a b a M a j , H E I M A T . LA CULTURA TEDESCA CONTEMPORANEA, pp. 128, € 8,26, Carocci, Roma 2001 In questa breve ma intensa immersione nella cultura tedesca del secondo dopoguerra vengono individuati alcuni temi, più volte ripresi, che investono soprattutto il rapporto con la modernità e gli effetti della ricostruzione di due assetti politici (Brd e Ddr) nati sulle macerie lasciate dal nazismo. Alla vitalità delle nuove avanguardie culturali - emblematica quella del Gruppo '47 che si prefigge di rinnovare la lingua usata dal nazismo - corrisponde, sul piano politico-sociale, il buco nero dell'oblio intomo al passato, apparentemente colmato da un trainante sviluppo economico. Occorre attendere il movimento del 1968, e una nuova generazione, per trovare la volontà di guardarsi indietro e fare i conti con le responsabilità dei padri. Le pagine di Maj sono maggiormente incentrate sulle vicende della Germania federale, il cui territorio, dal punto di vista politico e delle alleanze strategiche nel quale è inserito, viene definitivamente conquistato all'Occidente, categoria, quest'ultima, mai -pienamente accettata dalla precedente cultura tedesca, anche a.causa di un conflittuale rapporto con la modernità. Viene sondata la cultura tedesca anche al di là dei confini delle Germanie, recuperando, fra le altre, dalla Svizzera tedesca e dall'Austria, le rilevanti figure di Max Frisch, Friedrich Durrenmatt, Thomas Bernhard e Peter Handke. Persino il cinema, a partire dagli anni sessanta, è immesso in questo complesso affresco sociale, segnato negli anni novanta da una sorta di trauma da riunificazione. Apprezzabili le analisi sulle ragioni del rigurgito neonazista e xenofobo che marca con forza anche il versante orientale, così come è colto il fine metastorico degli assunti di Ernst Nolte. Ne esce l'immagine di un'identità nazionale che, più di altre, è ancora da plasmare, in bilico com'è tra la riappropriazione (democratica) dei simboli della forza e l'univoca e persistente sottolineatura della nuova cesura costituzionale del 1949. Parafrasando il senso del lungo itinerario del regista Edgar Reitz attorno alla Heimat, si ha l'impressione di un processo ricco quanto convulso, alla ricerca di una patria quasi introvabile. M I R C O DONDI Roberto Balzani, LA ROMAGNA. LA PIÙ ITALIANA DELLE NOSTRE PICCOLE PATRIE, pp. 215, € 12,39, il Mulino, Bologna 2001 A qualcuno potrebbe apparire un poco incongruo il fatto che in una fortunata collana editoriale denominata "L'identità italiana" si accolga un titolo come La Romagna, ma leggendo il bel libro di Roberto Balzani ci si convince presto del contrario. Già il sottotitolo evidenzia quale sia l'oggetto della riflessione. La Romagna è qui chiamata in causa in ragione della sua immagine, spesso evocata, di "laboratorio" della recente storia italiana. Dal Risorgimento alia "terra dei duce" negli anni del fascismo, fino alla iconografia del secondo dopoguerra sulla provincia capace di concentrare i luoghi del divertimento di massa, la Romagna ha trovato spesso chi (Mazzini e D'Azeglio, Carducci e Oriani) ne celebrasse la "vocazione italiana". Interrogandosi su come si crea un'identità regionale e adottando come felice chiave interpretativa l'intersecazione di due piani analitici - "la "nazionalizzazione della periferia" e la" localizzazione del nazionale" - , con un'accurata selezione documentaria e uno stile brillante, l'autore effettua una sorta di smontaggio del regionalismo culturale e della sua costruzione ottocentesca. Pratica sociale che si regge sulla rappresentazione di miti sia locali sia nazionali - che intellettuali e classi dirigenti avevano promosso per negoziare di volta in volta con ii governo centrale risorse e riconoscimenti - , il regionalismo culturale (intriso di radicalismo politico) appare ormai svuotato del suo originario impatto; sebbene una parte dei romagnoli, alla ricerca di una presunta identità, continui a ritenerlo più gratificante di quanto imposto dagli imperativi dello sviluppo economico. In realtà, oggi in Romagna il regionalismo culturale, mercificato e standardizzato, è il frutto di "una miopia della coscienza". È un ammonimento salutare, che forse vale anche per altre millantate e altrettanto evanescenti "piccole patrie". MAURIZIO RIDOLFI * K> O o o • IO C3 KJ o CO