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La Roma dell’epoca, dice Boni, è guastata dall’orientalismo e tre mostri minacciano l’ordine: il
libero amore, la sparizione della prole e l’anarchia. Per questo motivo egli invita le nuove
generazioni a distinguere, nella lettura dei componimenti tibulliani, tra ciò che è positivo e ciò che è
negativo. L’amore espresso dall’elegiaco nei suoi testi viene poi definito mediante le parole che
seguono:
si noti che esso non è un amore in cui il corpo è un ponte pudico per giungere all’animo, ma
l’amore frutto di una degenerazione sessuale e civile, che disertando il dovere e la ragione, si
vince solo coi doni e coi piagnistei, sedendo neghittosamente come un cane infetto a’ piè della
porta di casa d’una femmina perduta 144.
Le considerazioni di Boni riflettono bene il clima dell’epoca in cui nasce la traduzione di Panzoni.
Prima delle versioni compare la dedica ad Alfonso Cavalli. I componimenti tibulliani sono tutti
presenti; essi vengono tradotti in distici, eccezion fatta per il Panegirico di Messalla.
Vediamo ora un esempio: l’incipit della 1,3 viene reso con un tono patetico, anche attraverso l’uso
della punteggiatura e delle interiezioni145.
TIB. 1,3, 1-8 (Haupt – Vahlen 1885)
Ibitis Aegaeas sine me, Messalla, per undas,
o utinam memores ipse cohorsque mei:
me tenet ignotis aegrum Phaeacia terris:
abstineas avidas, Mors precor atra, manus.
Abstineas, Mors atra, precor: non hic mihi mater 5
quae legat in maestos ossa perusta sinus,
Voi, senza me, per l’Egeo n’andrete!...Volessero i numi,
Messala, che tu e gli altri, memori, di me foste!
Qui, me in ignote terre Feacia ammalato trattiene!
Prego, deh! Nera morte, non allungar la mano!
L’avida mano ritieni, deh, o morte…non ho qui la madre
che, mestamente in seno, l’ossa bruciate accolga!
121 – La traduzione a cura di Francesco Paolo Mulè: Milano, Notari, 1930146
Il volume, risalente al 1930, appartiene alla Collezione Romana diretta da Ettore Romagnoli della
Reale Accademia d’Italia147. Il traduttore è Francesco Paolo Mulè (1870-1947). Si tratta anche di un
oggetto raffinato dal punto di vista artistico, in quanto è arricchito dalle illustrazioni di Duilio
Cambellotti. La pubblicazione si apre con la menzione dei direttori della collana e con l’elenco dei
collaboratori; segue una nota in cui si precisa che gli unici veri eredi del patrimonio degli antichi
144
Cito dalla Prefazione.
In mancanza del testo a fronte mi avvalgo dell’edizione curata da Haupt (1885).
146
Biblioteca Capitolare di Treviso.
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Tale collezione, come si legge a p. VIII del volume stesso, è stata voluta da Umberto Notari, consigliere delegato
della Società Anonima Notari (Istituto Editoriale Italiano), e la sua direzione è stata affidata a Ettore Romagnoli.
L’Accademia d’Italia, destinata alla conservazione del carattere nazionale della cultura italiana e alla sua diffusione
oltre i confini del paese, nacque nel 1926 per desiderio di Benito Mussolini; nel 1929 fu inaugurata ufficialmente con il
discorso solenne del duce e la nomina di trenta accademici. Alcuni nomi celebri furono quelli di Guglielmo Marconi,
Gabriele D’Annunzio e Giovanni Gentile. Dopo la fine del regime, essa fu incorporata dall’Accademia dei Lincei
nuovamente ricostituita (quest’ultima era stata a suo tempo inglobata all’interno dell’Accademia d’Italia). Queste
informazioni sono tratte dalla voce Accademia d’Italia a cura di Torcellan (19954).
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