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quello dei due paladini che, nella prossima battaglia, avesse fatto più strage di nemici. L’Ariosto riprende da qui, consegnandoci come ha osservato acutamente Calvino, un poema senza inizio o meglio che “si rifiuta di cominciare, perché si presenta come la continuazione d’un altro poema”. È un espediente che fa uscire un libro dal cilindro di un altro ed evoca armoniche care al funambolo per eccellenza di tutta la letteratura, presente, passata e forse anche futura, il Borges di Finzioni, persuaso che leggere un libro, ad esempio il Don Chisciotte, è sempre riscriverlo. Si può definire, tra i tanti modi possibili, forse inesauribili, l’Orlando furioso come il frutto di una lettura dell’altro Orlando, che non si materializza in un libro parallelo, nell’accezione cara a Giorgio Manganelli, ma diventa “gionta”, continuazione e trasformazione del precedente. Se li leggessimo l’uno dietro l’altro, i due Orlandi, l’uno innamorato, l’altro impazzito per amore, vedremmo, in una sorta di accelerazione filmica, “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese”, il materiale delle chanson de geste e delle leggende brettoni, giungere, attraversati i secoli, al Boiardo, perdere buona parte dell’aspetto ligneo, che li rende simili ai pupi siciliani, disporsi all’età nuova e, di lì a poco, al trattamento straordinario dell’Ariosto. Varcata la soglia del primo verso dell’Orlando furioso, quella materia tende ad articolarsi nel senso d’un tecnicismo che ha pochi eguali nella letteratura universale. L’ottava ariostesca, ben diversa da quella ancora cigolante del Boiardo, si trasforma in un organismo prodigiosamente duttile, metamorfico, supremamente plastico e musicale, in cui le infinite forme della realtà sembrano riflettersi e come rampollare l’una dall’altra, in modo che l’unità s’esalti nel molteplice. Qualcuno potrebbe riscontrare in questo lo spirito eterno del platonismo, uno dei motori dell’episteme rinascimentale, che proietta sul poema un’idea del mondo sempre rinnovata e tuttavia sempre uguale a se stessa. 266 Un personaggio del Foscolo, Didimo Chierico, strampalato eroe sterniano di un frammento narrativo rimasto incompiuto, traduce in una felicissima immagine questa concertazione inimitabile. Foscolo rappresenta Didimo mentre osserva il mare: “Aveva non so quali controversie con l’Ariosto, ma le ventilava da sé;e un giorno mostrandomi dal molo di Dunkerque le lunghe onde con le quali l’Oceano rompea sulla spiaggia, esclamò: ‘Così vien poetando l’Ariosto’”. Benedetto Croce, in uno scritto che è uno degli esiti più felici della sua saggistica letteraria, si provò a tradurre concettualmente la visione di quel moto ondoso, insieme reale e illusorio, in cui il tutto si divide e ricompone, rafforzando attraverso la diversità la propria coerenza. Parlò di “armonia”, intesa come suprema coscienza della ricchezza e varietà dell’essere, improntato a una complessiva positività, di cui partecipa anche l’uomo, quando sappia accordarsi con gli equilibri naturali. Ariosto, dunque, sarebbe il poeta dell’armonia cosmica, il cui riflesso artistico è, nel poema, il susseguirsi e accordarsi delle più varie tonalità, senza che alcuna mai prevalga sull’altra. Strumento supremo di regolazione e coordinazione, l’ironia (ma forse meglio sarebbe, sia pure contro il parere di Croce, chiamarla umorismo, come già accennava il De Sanctis) si presenta in forma d’una sorta di diffuso sorriso che permea tutta l’opera, simile a quello che increspa lievemente le labbra della Gioconda di Leonardo. In quel sorriso Ariosto arrocca il suo punto di vista, da lì osserva i casi della vita: là pone il luogo aereo da cui parte l’Ippogrifo, il cavallo alato, cavalcato da Astolfo, per il suo volo sulla luna, alla ricerca del senno di Orlando, perduto per troppo amore, dopoché Angelica, la dama contesa da tutti i cavalieri, cristiani e pagani, gli ha preferito come sposo Medoro, umile fante dell’esercito saraceno. È un sorriso in cui si esprime l’accettazione schietta, piena e laicamente consapevole della vita, il sorriso del Rinascimento sul Medioevo piagnone, perché il Dio dell’Ariosto, scrive 267