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nemente scrivere o parlare di libertà”? Occorre un’operazione di microchirurgia (e bisogna dar atto a Mauri che sa maneggiare benissimo il bisturi) per reimpiantare quel frammento di tessuto nel corpo vivo di una persona e di un’epoca. Il risultato è che la linfa del tempo ricomincia a circolare, compaiono sceneggiature, personaggi; ma non è un racconto, ancorché “critico” a comparire, è la realtà che, ricomponendosi, si comporta come un romanzo. Ecco più o meno negli stessi anni Vittore Branca e Walter Binni che ritornano all’Alfieri nel ricordo non troppo remoto del corso pisano del ’34 dedicato da Attilio Momigliano al poeta di Asti. Nel ’22, data altrettanto fatidica del ’43, s’era laureato in filosofia del diritto Pietro Gobetti, discutendo con Gioele Solari proprio una tesi, poi edita l’anno seguente, sull’Alfieri. Lo stesso Debenedetti s’era laureato in legge con quel professore un anno prima, con dissertazione sulla filosofia civile del Romagnosi. La scelta alfieriana del Debenedetti affonda le sue radici in quel recente passato, si nutre di succhi gobettiani e non solo in senso politico. Tende a farsi espressione di un “rovello interiore”, i cui elementi sono un problema personale e generazionale di identità. È il problema che esploderà in anni successivi e precisamente nel 1949, nel saggio Probabile autobiografia di una generazione, ovvero “una biografia della speranza come quella alfieriana, nel senso che essa è ‘lanciata’ verso i posteri, ad assicurare la coerenza di un ritratto”. Toccherà allora al malcapitato Mario Marcazzan, autore di una recensione alla seconda serie dei Saggi critici debenedettiani, fare la parte del servo che in una celebre pagina della Vita alfieriana tira un capello al padrone e viene quasi ammazzato con un candeliere, perché il suo gesto ha riattizzato il tormento infantile della reticella imposta dai genitori ai capelli del piccolo Vittorio nei giorni di messa. La spropositata reazione di Debenedetti a Marcazzan ingloba un antico tormento, che trova ora la sua “rottura” e in cui sono Croce, e soprattutto i crociani, a fare da bersaglio. È il “destino alfieriano” di Debenedetti, conclu122 de Mauri, applicando felicemente al grande critico un modulo interpretativo tipicamente debenedettiano. La seconda parte dell’Opera imminente raccoglie una serie di recensioni di opere narrative uscite o ripubblicate negli ultimi anni. Si tratta, in realtà, di mini-saggi, costruiti con una tecnica che richiama quella cara al Debenedetti (ancora lui!) della “verticale”: l’esame del singolo libro diventa occasione per fare il punto su tutta l’opera dello scrittore. 1998 123