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linguistica dell'indistinto, nella continuità enigmatica di una soluzione sempre rinviata in un altrove inconoscibile, che si manifesta solo attraverso l'arabesco impalpabile del disegno labirintico. In Manganelli – lo ha notato Graziella Pulce, facendo riferimento al mito del labirinto posto da Giorgio Colli come fondamento della sapienza greca – l'enigma del labirinto si colloca come tema cruciale nella rappresentazione del «nodo divino-umano» 170 , in quanto irriducibile ricerca teologica che si infrange sui propri presupposti. Nel tentativo di creare un contatto con il divino l'uomo si riconosce ignoto a se stesso, acquisendo la consapevolezza della reazione a catena per cui da enigma nasce nuovo enigma; cosicché – sottolinea ancora Pulce – l'uomo alla ricerca del divino non può far altro che «opporre enigma ad enigma», saturando lo spazio labirintico dal quale non può più uscire: «noi a noi stessi siamo e non possiamo non essere enigma» 171 . Il centro del labirinto è il “luogo della morte”, perché è il luogo in cui tutto ha senso in quanto eternamente uguale a se stesso, e dunque per Manganelli i significati hanno a che fare con la morte, mentre il senso è connesso alle variazioni di significazione 172 . Ma in campo letterario non si sperimenta mai pienamente il centro, piuttosto un sistema a-centrico, ovvero «l'invenzione del labirinto come puro disegno, macchinazione senza centro e senza periferia» 173, che – come ricorda Pegoraro – «è un sogno perché è costruito secondo le regole dell'(anti)logica onirica» 174 . Il disorientamento dell'io non avviene nel vuoto irraggiungibile ma nello spazio costruito dagli arabeschi di enunciati polisemici privi di stabilità, e dunque continuamente percorribili e ripercorribili in tutte le direzioni. Il linguaggio è il luogo in cui l'io perde se stesso, disseminandosi in quell'indistinto paesaggio verbale tanto avvolgente quanto 170 171 172 173 174 G. Pulce, Bibliografia degli scritti di Giorgio Manganelli, Titivillus, Firenze 1996, p. 88. Vedi anche G. Colli, La sapienza greca, vol. I, Adelphi, Milano 1980. G. Manganelli, Che cosa è un classico, in Laboriose inezie, cit., p. 13; sull'enigma e le metamorfosi animali Pulce scrive: «Una delle figurazioni più rilevanti dell'enigma è il mondo animale. In Manganelli sono presenti molti animali, esistenti, scomparsi o del tutto fantastici. […] Questa allegoria rende più agevole il passo successivo a quello della scoperta della molteplicità irriducibile dei significati, alla scoperta dell'ulteriorità incessante, ed è l'intuizione di un'immagine ancora più complessa, dove la complessità etimologicamente indica l'inestricabile abbraccio dei vari livelli di significato. Con l'enigma come grande animale, l'itinerario si è fatto esplicitamente concentrato su se stesso, non perché prima non lo fosse, ma perché solo ora si riesce a cogliere la perfetta coincidenza di metamorfosi e anamorfosi, il brulichio indistinguibile di metamorfosi e immobilità e dunque l'intima debolezza di ogni prospettiva unificante e univoca», G. Pulce, Manganelli e i classici: incontro con l'enigma, in Le foglie messaggere, cit., p. 62. In DOS si legge: «la parola ci conduce fuori dal mondo, in un luogo dove tutto è già accaduto, tutto è insieme finito e perpetuo, e il significato, che è proprio della sola morte, si coniuga con la gioia del significato, che è la gloria della perpetuità», (pp. 89-90). G. Manganelli, Il carnevale dell'inferno, in LCM, p 77. S. Pegoraro, Il “fool” degli inferi, cit., p. 140. 197