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L’UOMO
DEI
MOSAICI
FRANCESCO GRASSO
poco che vedevo a turbarmi, a darmi una sensazione di irrealtà. Proseguii verso l’ufficio in
un silenzio ovattato, che mi ottundeva i sensi.
Poi capii: non udivo automobili, suoni di clacson, i familiari rumori del traffico. Solo un lontano rombo di motori, emergente dalla nebbia
come il richiamo d’un vascello fantasma. Ombre fuggevoli, altri pedoni, entravano nel mio
campo visivo, percorrevano pochi metri e venivano nuovamente inghiottiti da quel muro
bianco. Passai di fronte alle vetrine di alcuni
negozi, e mi resi conto con sgomento che erano state quasi tutte vandalizzate: i cristalli giacevano a terra in frantumi, i banconi erano stati svuotati; ovunque, a imbrattare i muri, tracce
d’incendio e scritte rabbiose, di cui “Via ‘l te run!” era la meno delirante.
Istintivamente, portai la mano alla tasca dell’impermeabile. Toccai il libro che avevo sottratto alla biblioteca e rabbrividii. No, non poteva essere. Era folle anche solo pensarci.
Mi arrestai, impietrito. Dalla nebbia era emerso finalmente l’edificio ove lavoravo. Dove
avrebbe dovuto esserci il mio ufficio. Dove in vece troneggiavano due garitte, barriere di filo
spinato e un’insegna che recitava, in dialetto
piemontese: - Guardia Nazionale Padana Compagnia “Ticino”.
- Antonio!
Instupidito, riconobbi Massimo, il collega della
scrivania accanto, che mi faceva cenno da una
delle garitte. Mi avvicinai senza capire.
- Dove diavolo ti eri cacciato? E cosa fai in borghese? Entra e va’ a cambiarti, presto! Non sai
che oggi arriva la delegazione del Monferrato?
Ci sarà il Podestà in persona, e anche i rappresentanti del Canavese... Muoviti, forza, prima che il capo ti veda. Sicuramente Davide gli
avrà già fatto notare la tua assenza, e...
Era sempre il solito Massimo, il buontempone
dalla barba rossiccia, gli occhi acuti e il volto
cordiale; il Massimo che parlava a raffica, che
non ti lasciava tempo di replicare, che prevaleva nelle discussioni quasi sempre per sfinimento del rivale. Ma quel giorno mi sembrava
di vederlo attraverso uno specchio deformante, rigido e impettito in una divisa verde, anfibi ai piedi e fascia nera al braccio.
- Io... non capisco... - balbettai - Che succede?
Cos’è questo, uno scherzo?
Lui non badò a quanto dicevo, e in questo non
era cambiato. Quasi trascinandomi, mi condusse dentro la caserma che una volta era stato il mio ufficio, mi fece percorrere una came-
rata, aprì un armadietto e mi porse un’uniforme simile alla sua.
- ...sei il solito irresponsabile. - continuava a
brontolare nel frattempo, fermandosi solo, di
tanto in tanto, per riprendere fiato - Com’era,
questa volta? Bionda? Rossa? Non capisco come fai a trovare ancora alcool per sbronzarti...
Intendiamoci, non ti sto facendo la predica...
Forse un po’ ti invidio. Ma dobbiamo mantenere una certa disciplina, anche se non siamo
un vero esercito. Sai come ci chiamano gli Alfieri e quei fanatici dei Cacciatori? I “soldati che
timbrano il cartellino”, perché montiamo le otto ore. Se fosse per noi, dicono, gli italiani potrebbero riprendere la città in quindici minuti...
Le parole di Massimo mi giungevano come in
un sogno. Non riuscivo a capacitarmi, a superare in alcun modo l’assurdità della situazione.
Senza capire neppure cosa stessi facendo, mi
tolsi l’impermeabile, infilai la blusa verde e mi
misi in testa il basco che il collega (potevo ancora chiamarlo così?) mi porgeva. Il libro cadde sul pavimento. Lo raccolsi. Si era aperto al
secondo capitolo, al passo in cui Antonio si arruolava nella Milizia Padana, in piena “pulizia
etnica” del Nord, un mese dopo la dichiarazione di indipendenza, un mese prima che scoppiasse la guerra civile.
Impietrii: Antonio ero io. Ero dentro il libro.
Stavo vivendo il romanzo.
- Datevi una mossa, voi due! - urlò qualcuno
dalla soglia della camerata - Prima che venga a
prendervi a calci!
- I pezzi grossi devono essere arrivati... - commentò Massimo - E il capo, come al solito, se
la sta facendo sotto. Andiamo, forza, prima che
gli venga un infarto.
Gli interrogativi vorticavano nella mia mente
come carri in una giostra. Avevo bisogno di riflettere, di rimettere ordine nei miei pensieri.
Così seguii docilmente Massimo, e mi sistemai
al suo fianco in una sorta di “picchetto d’onore”. Una parte della mia mente, quel poco che
serbava un barlume di lucidità, annotava i dettagli della scena.
La mia realtà, il mondo che io conoscevo, sembrava essersi trasferito in blocco nell’universo
letterario del romanzo che avevo trafugato alla
biblioteca. Ancora più assurdamente, il ristretto cerchio della mia vita quotidiana sembrava
essersi adattato perfettamente, senza neppure
deformarsi troppo, alla nuova situazione: quasi l’intero personale del mio ufficio era schierato accanto a me e Massimo in quella grotte-
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