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Transcript
«Non muoverti dalla porta e che non entri nessuno!»
Inigo Grigo andò a sdraiarsi sul suo letto da campo dopo aver buttato con rabbia la pistola e la
cartucciera su una sedia. Non aveva fatto a tempo a dire a Garcia a che ora voleva essere
svegliato la mattina e se desiderava il caffè in camera.
Garcia lo aveva preceduto.
Aveva esclamato: «Ah», e gli aveva messo sotto il naso i suoi stivali, come quando era
all'albergo.
Due maledetti stivali impolverati che ora stavano là, davanti a un usciolo nel corridoio del
porcile. Inigo Grigo si rigirò nella sua cuccia, smaniando. E quando fu l'una e mezza si ritrovò
in piedi coi denti stretti. Poi si ritrovò che camminava verso il porcile, nella notte silenziosa, e,
quando fu davanti alla porta, impugnò la rivoltella e l'armò.
«Resta qui fuori della porta e torna quando ti chiamo!» ordinò alla sentinella.
La rivoltella tremava nella mano di Inigo: nel corridoietto si soffocava per la puzza.
Ed ecco la porticina con davanti gli stivali impolverati. Grosse gocce di sudore colavano dalla
fronte di Inigo. Inigo si curvò, afferrò i maledetti stivali e, cacciata di tasca una spazzola, li
lucidò con rabbia, con disperazione, sputando dei pezzi d'animaccia sulle puntelle e sui tacchi
infangati.
Poi uscì chiamando con urli da maledetto l'ufficiale di guardia.
Così il generale Carmelo Garcia venne fucilato alle due del mattino, ma con gli stivali lucidi.
Casa mia... casa sua
Date retta: la casa mettetevela su da soli. Mi spiego con un esempio.
Parlo di tanti anni fa, roba di prima della guerra. Allora io portavo a spasso la mia ombra per i
prati verdi e fioriti, e così notai che, spesso, la mia ombra non camminava sola, ma era a
braccetto con un'altra ombra. E talvolta le due ombre si fermavano, si abbracciavano strette
strette e pareva si volessero molto bene.
E un giorno io mi rivolsi alla titolare dell'altra ombra — che per fortunata avventura si trovava
molto vicina a me — e le comunicai:
«Signorina Margherita, dato che le nostre ombre vanno così d'accordo, perché non le facciamo
felici?».
«Hai ragione, signor Giovannino» rispose la nominata Margherita «sacrifichiamoci per loro.»
Ci sposammo tutt'e quattro.
Io chiamai un noto architetto e lo pregai di rimettermi a nuovo tutto l'appartamento. Allora era
già di moda farsi allestire l'appartamento da un architetto di grido.
E l'architetto venne, vide e affermò che avrebbe pensato lui a tutto, dall'intonaco alle
tappezzerie, dai mobili ai pavimenti, dagli impianti idroelettrici ai tendaggi.
Gli operai si misero subito al lavoro, e ogni cosa fu rinnovata. E poco dopo l'architetto ci
introdusse nel nuovo appartamento e ci presentò solennemente la sua opera.
Si trattava davvero di un'opera perfetta: i mobili parevano nati assieme ai muri, e non esisteva
un millimetro di vuoto che non fosse controbilanciato da un millimetro di pieno.
«Stupendo» esclamò Margherita entrando nella stanza da dormire. «Come starà bene sul letto
chiaro la mia coperta di seta rosa!»
L'architetto scosse il capo.
«Coperta di lana gialla a righe rosse, lenzuola di lino grezzo, senza ricami, tende di mussola
gialla a tinta unita, tappeti di lana rossa.»
La signora Margherita si sgomentò: disse che oramai aveva già tutto comprato e implorò se si
potesse...
«Non si può, signora» affermò l'artista. «Io ho concepito ogni stanza come un insieme armonico
di tinte e di volumi. Cambiare qualcosa vorrebbe dire turbare questa armonia. Ad ogni modo