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GIOCO quale parlò dell’imitazione non in termini di riproduzione della realtà, ma come di un “fare”, di un fare come. Gli esempi di Democrito sono decisivi. Egli si riferisce, talvolta, al modo in cui le rondini fanno il nido o a come i castori costruiscono le dighe e le loro case: se l’architetto dovesse imparare a fare una casa, da chi dovrebbe imparare? Che impari dalle rondini e dai castori. E tuttavia l’architetto dovrà imparare, ossia dovrà fare non quello che fa la rondine o il castoro, ma fare come fa la rondine, come fa il castoro. Questo imitare, inteso nel senso di “fare come”, mostra che nelle attività dell’uomo esiste una regola interna, il poiéin. È un fare governato da una legge, che si manifesta e che dà luogo a determinati risultati. Ma questa regola non va intesa come una tecnica meramente esecutiva e strumentale, piuttosto va pensata come un ritmo, una cadenza interna alla cosa, che si tratta di interpretare, di cogliere. Aristotele arriva addirittura a sostenere che l’imitazione è il “ritmo delle cose”, pensa l’imitazione in modo profondamente greco e cioè non come semplice riproduzione della realtà sulla base di una tecnica facilmente dominabile, quanto piuttosto come l’afferramento del ritmo che è interno a una determinata attività. L’imitazione è l’afferramento di quel poiéin, di quel modo di fare che richiede anzitutto capacità di ascolto, di percepire ciò che si nasconde nelle cose stesse. Chi sa davvero imitare, secondo Aristotele? I bambini. I bambini imitano proprio perché, quando giocano e apparentemente fanno ciò che fanno gli adulti, in realtà non si limitano a riprodurre delle scene; piuttosto si lasciano ispirare dal ritmo delle cose, colgono quello che è il movimento interno alle cose. I bambini possono giocare alla guerra anche senza averla mai vista, così come possono giocare-a, mettere in scena modi di essere propri degli adulti, anche se di fatto non li vivono; eppure essi riescono a svelare il senso di questi modi “adulti” di essere come se li cogliessero alla ra-
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