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ILLUSTRAZIONI

Edgar Degas (1834-1917) è evidente il tentativo di fissare
gli aspetti effimeri e istantanei della vita contemporanea,
sia per i soggetti scelti (ad esempio in opere come Il caffèconcerto, Les Ambassadeurs e La scuola di danza) sia per
una sensibilità coloristica e un dinamismo delle forme che
sembrano anticipare le sequenze cinematografiche. E non
è un caso che Lumière, l’inventore del cinema, cioè di un
dispositivo rappresentativo capace di rendere il carattere
effimero e contingente della realtà, sia stato definito come
l’ultimo pittore impressionista (Aumont 1989).
Vi è un nesso inestricabile tra impressionismo e civiltà
metropolitana. La pittura impressionista è apparsa a Walter Benjamin una delle forme d’arte che meglio ha saputo
interpretare ed esprimere sul piano percettivo l’esperienza della vita nella metropoli, caratterizzata abitualmente
dallo spettacolo di un’indistinta folla in movimento:
la tecnica della pittura impressionistica, che ricava l’immagine dal caos delle macchie di colore, sarebbe quindi un riflesso di esperienze divenute familiari all’occhio dell’abitante di
una grande città (Benjamin 1936).
Le polemiche sollevate dal movimento degli impressionisti fanno tuttavia da indicatore dello scontro preliminare
necessario a liberare le oggettive dinamiche contaminatorie della metropoli dalle mappe cognitive tradizionali (e
anche dai loro rispettivi pubblici). Un gran numero di
stampe, caricature e fotografie documenta ciò che esplode,
a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, nel rapporto
tra esposizioni e pubblico, tra offerta e domanda, innovazione e gusto, nei mercati dell’arte, segmento non irrilevante di una società dello spettacolo che marcia verso l’immagine pubblica del cinema e del consumo collettivo.