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Modernizzazione
Alberto Abruzzese
Oggi il termine moderno si è fatto ambiguo, applicato
alle cose, alle persone e ai fenomeni sociali con significati
addirittura opposti a seconda degli specifici interessi
emergenti nelle cornici, nelle soggettività e nei gerghi di
settore di chi ha usato e usa quest’espressione e i suoi derivati. Sino alla letteratura sul post-moderno, ha conservato quasi intatta la sua autorità, nonostante le atrocità umane compiute, spesso anche in suo nome, durante tutto il
Novecento. Ora questa autorità sta franando in concomitanza con le sempre più accentuate critiche ai modelli di
sviluppo della modernità, provenienti non più dal suo interno e quindi perfettamente integrate e integrabili alla
duttilità delle sue forme dialettiche, ma dal suo esterno,
da soggetti e soggettività che i processi di desocializzazione della società post-industriale, le grandi migrazioni multietniche nel cuore dell’Occidente, il multiculturalismo
veicolato dai personal media, stanno liberando dalla loro
subordinazione alla centralità del “progetto moderno”,
della sua linearità e irreversibilità. Oggi, dunque, per alcune zone dell’esperienza e del sapere, il moderno non è
più un condensato di qualità positive.
Il significato più istituzionale, autorevole, persino scolastico attribuito a moderno e dunque a modernizzazione
ha riguardato l’insieme dei processi materiali e simbolici
con cui le società occidentali e nordamericane, tra il XVIII
e il XIX secolo, hanno vissuto la loro trasformazione definitiva e sostanziale da regimi comunitari a regimi societari
– così distinti da Ferdinand Tönnies in Comunità e società
(1887) – da società tradizionali a società complesse. La
modernizzazione quindi – in opposizione ai valori premoderni del sacro e del potere aristocratico – muove verso
una progressiva mobilità sociale, una sempre più forte esi-