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Droghe
Germano Scurti
Dall’America all’Europa, dall’Asia all’Africa, fino ai
più remoti angoli del mondo, in stretta connessione con le
tradizioni sciamaniche, magiche e religiose, l’intima simbiosi tra l’universo simbolico del divino, i misteri del
mondo, la ricerca del sacro e l’uso di sostanze psicoattive,
a cui generalmente e solo molto recentemente diamo il
nome di droghe, è un dato più che assodato. Il sapere
pre-moderno ha fornito per millenni una serie di tecniche
codificate sull’utilizzo di queste sostanze: “il cibo degli
dei”, “la carne della divinità”. Come forme universali di
comunione con il sacro, inteso anche nei termini sociologici del “fare società”, le droghe sono state mangiate, masticate, bevute, inalate, fiutate, fumate, spalmate, in ogni
tempo e sotto ogni latitudine. Si sono affermate come uno
dei propellenti primari per la comunicazione con l’Altro
da sé attraverso l’alterazione bio-chimica, fisica e psichica.
In termini probabilmente approssimativi possiamo attribuire loro lo statuto del “medium”, di ciò che è in grado
di “fare mondo”, ovvero del “mezzo” che serve a tradurre
in un linguaggio sensibile realtà invisibili, e che, in quanto
tale, dispiega le estensioni dell’uomo, dando a quest’espressione non un’accezione superomistica, ma il significato
dello sviluppo del potenziale relazionale e comunicativo.
Del resto, unite ritualmente a una corretta disciplina del
corpo e della psiche, da sempre le droghe hanno attivato
l’esplorazione dei mondi interiori, l’espansione della coscienza e dei sensi, quindi l’incremento delle facoltà fisiche e psichiche: della vista, dell’udito, della forza muscolare, della velocità e della resistenza al calore, al gelo, alla
fame, alla sete, al sonno e alla fatica. La loro è dunque una
storia che descrive “l’uso sistematico di sostanze attraverso le quali le condizioni sociali si fanno fisiologia, entrano