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L'esame microbiologico del torso non era ancora concluso, ma non potevo certo aspettare. Mi vestii in fretta e furia, infilando i bottoni nelle asole sbagliate e litigando con la zip come se avessi completamente perduto
qualsiasi abilità manuale. Salii in macchina e percorsi a tutta velocità le
strade deserte, fermandomi nel mio parcheggio riservato alle spalle dell'obitorio. Entrai, spaventando a morte la guardia notturna che a sua volta
spaventò me.
«Santo Dio, dottoressa Scarpetta!» Si chiamava Evans e lavorava lì almeno da quando ci lavoravo io.
«Mi spiace, non volevo spaventarla.» Il cuore mi batteva forte.
«Stavo facendo il solito giro. Va tutto bene?»
«Spero proprio di sì.» Gli passai davanti.
«C'è qualche cadavere in arrivo?»
Mi seguì lungo le scale. Aprii la porta e mi girai a guardarlo. «Non che
io sappia.»
La cosa lo lasciò a dir poco perplesso, non capiva cosa ci facessi lì a
quell'ora se non c'erano cadaveri in arrivo. Scosse la testa e si girò per tornare al parcheggio e da lì all'atrio dei Consolidated Labs, dove si sarebbe
seduto davanti al suo piccolo televisore in attesa che venisse l'ora del giro
successivo. Evans non osava mettere piede nell'obitorio, né capiva come
qualcuno potesse avere il coraggio di farlo, e quindi aveva paura di me.
«Non mi fermerò molto» lo informai.
«Bene, signora» disse, continuando a scuotere la testa. «Sa dove trovarmi.»
A metà del corridoio c'era una stanza dove non si entrava spesso, che
conteneva tre enormi freezer d'acciaio sulla porta dei quali era fissato un
termometro che indicava la temperatura interna. Su ogni freezer c'era un
elenco di cifre a ognuna delle quali corrispondeva una persona non identificata.
Aprii uno di questi freezer e venni investita da una nuvola di aria gelida.
Il torso, appoggiato su una specie di grosso vassoio, era dentro la sua sacca
di plastica e prima di aprirla indossai camice, guanti, visiera di plastica e
ogni tipo di protezione su cui potevo contare. Sapevo che probabilmente
mi ero già messa nei guai e fui assalita dal panico pensando a Wingo e alla
sua particolare vulnerabilità. Poi presi la sacca e la misi su un tavolo di acciaio inossidabile al centro della stanza, quindi abbassai la zip ed esposi il
torso all'aria.
Presi un bisturi e alcuni vetrini da microscopio, mi abbassai la mascheri-